L'uomo con la valigia
Sono io l'uomo con la valigia, recita un verso di una stupenda canzone degli Otto Ohm, oro nero. Un verso che sa di un che di maliconica solitudine. Oggi sono io invece l'uomo con la valigia. Immerso in un'atmosfera particolare. Prima di tutto l'enorme nuvola nera, appollaiata alla fine della Roma-Fiumicino, ad attendermi, richiamandomi con bagliori di tuoni e lampi. La pioggia è arrivata quando ero già dentro. Ed eccomi. Da solo, l'uomo con la valigia. Mi fa effetto anche il modo in cui mi sono vestito, un po' insolito per me. È la seconda volta: maglietta rossa, giacca elegante, jeans scuri infilati in anfibi aperti. Rispetto al mio tipico, pantaloni alla pescatora e maglietta smanicata, fa una certa differenza. Il tutto poi abbinato a una mezza cresta riccioluta e alla coppia di orecchini neri sull'orecchio destro. Mi fa sentire strano, diverso... e pure la gente, credo mi guardi in modo diverso. He, ho scoperto l'acqua calda: il potere dell'apparenza. Nonostante i particolari un po'... particolari, la giacca elegante fa un certo effetto. Al controllo del metal detector, ho fatto suonare il segnale. La tizia m'ha solo detto (oltretutto scambiandomi per uno straniero) con un buono ed educatissimo inglese "It's your shoes, sir", e m'ha fatto passare senza un minimo controllo. Se avessi avuto una pistola nelle mutande era fatta. La cosa più importante comunque è sentirsi a proprio agio. E così, con un buon passo, mi dirigo al mio gate. Prendo lo Sky Bridge, la navetta su monorotaia senza pilota che collega la nuova depandance al resto dell'aeroporto. Mi assetto, sento un po' di musica col portatile... purtroppo il mio iPod mi è sfuggito di mano ieri sera e con malefica precisione è riuscito a infilarsi nella fessura tra ascensore e piano terra. Ora riposa nella tromba dell'ascensore, chissà in quale stato, il custode del condominio è in vacanza e non c'è nessuno che possa aprire la porta. Intanto dal finestrone, vedo la pioggia, e i lampi che illuminano le sagome degli aerei, code, ali, oblò, che appaiono per istanti. E poi le luci dell'aeroporto riflesse nell'asfalto... Mi avvicino, mi appoggio alla lucida ringhiera di metallo, mi godo lo spettacolo, vedendo in trasparenza la mia immagine riflessa. I temporali mi piacciono, perché sono un'interruzione di molte cose, per i tuoni e i lampi, per la pioggia, perché anche la pioggia mi piace. Arriva l'imbarco, poco dopo sono dentro. La pioggia riga gli oblò. Mi metto a pensare. Le solite domande del cazzo, tipo chi sono, dove sto andando, cos'è che sto vivendo, perché la maggior parte del tempo che trascorro da solo lo butto via nel nulla, in un vuoto fatto di un pastone di non-pensieri e brutti rimunginamenti... e perché tutto questo non viene praticamente mai a galla... L'aereo ritarda, causa tempo atmosferico, poi alla fine parte. Ma non me ne importa nulla. Chi sono io, adesso non lo so. Sono solo il suono delle dita sulla tastiera, qui in volo. Sono l'energia psichica che irradio nello scrivere, direbbe probabilmente Albert Hoffman. O nel parlare, nel vivere... Io lo spero proprio, perché altrimenti non ci sarebbe nulla di me, lo so, lo sento. Certo... preferirei essere piuttosto che farmi. Ma basta con questo delirio. L'aereo sta scendendo, e io devo staccare. Sono riuscito a tramortire anche questo tempo...evvai, tre commenti:
sempre una buona penna e buone vacanze se sei partito per quelle.
nuovo indiizzo di jb, te lo do io, ha avuto un po’ di scazzi col dominio.
http://johnnyb.altervista.org..
ciao.
SusanDelgado82 (link) - 23/08/05 - 15:02
senza punto finale, scusa.
SusanDelgado82 (link) - 23/08/05 - 15:02
Cosa sono? Adesso non lo so. Sono solo il suono del mio passo.
Buone vacanze.
marcellofodinome (link) - 23/08/05 - 23:03