La chiamata dei tre
Gironzolando per una
libreria un paio di settimane fa mi è caduto l'occhio su un libro della
saga dela Torre Nera di Stephen King. Ora, sembrerà stranissimo che ne
scriva praticamente subito dopo che ne scrive Susan...
In realtà è una coincidenza (un po' come quelle assurde che si
incontrano nell'altra saga in cui mi sono imbarcato di questi giorni,
comprandola in pacco qui, la Guida Galattica per Autostoppisti, o
meglio, the Hitchhiker's Guide to the Galaxy), già volevo scriverne da
ieri non trovandone il tempo.Che dire della Torre Nera, la Dark Tower, visto che me la sto leggeno in inglese? Devo dire, risucchiante. Mi piace, mi piace moltissimo, e credo che migliora pure andando avanti coi libri (non so, ho questa sensazione, non supportata da dati empirici, sono solo a un terzo del secondo...). Ben scritto. Però... però c'è stato un punto in questo secondo libro che se non era per la qualità di tutto il resto avrebbe potuto farmi desistere...
Sarò breve. New York, Eddie Dean deve portare della cocaina in aereo ad un boss della mala locale... di origine siciliana. Enrico Balazar. Non mi importa nulla che Balazar non esista come cognome italiano o siciliano, sul serio, fatto sta che ci ho pensato dopo. Più avanti scopriamo che in the old days they called him il Roche - the Rock. Mi si storce il naso. Ma può andare. Cioè, mi viene strano pensare che in una famiglia mafiosa sicilo-americana usino un soprannome francese... ma può andare, può andare. Finché non parlano. Il boss e un suo scagnozzo. Il boss: Paisan. Il Dio est bono; il Dio est malo; temps est poco-poco; tu est un grande peeparollo. Lo scagnozzo: Si, senor. Io grande peeparollo; io va fanculo por tu. Il boss: None va fanculo, catzarro. Eddie Dean va fanculo.
Dopo il tempo considerevole che ci ho messo a raccogliere le mie palle (cascandomi mi erano rotolate in due direzioni opposte), ho pensato. Cioè, io, nella mia nullità, nello scrivere ogni tanto qui, se caso mai dovessi scrivere di qualcuno che, per dire, butta una frase in un dialetto spagnolo... beh, io mi cercherei qualcuno che ne sappia di quel dilaetto spagnolo, e se proprio non lo trovo... rinuncerei a mettere qualcuno che parla in quel dialetto spagnolo. Insomma, possibile che uno scrittore coi controeccetera come Stephen King (perché può piacere o non piacere, ma in ogni caso non può essere preso sotto gamba), si metta a mettere delle cose (non dico parole) ridicole del genere in bocca a un paio delle sue creazioni? Est, temps, senor, por... oh! Ma stiamo scherzando?
Beh, ripeto, ottimi libri, davvero... Non sarà una cazzatina del genere a non farmeli godere, non sono un bacchettone del genere. Però l'ho annotate. Probabilmente neanche Stephen King si salva (e qui lasciatemi scadere nello stereotipo) dall'essere americano. Un po' catzarro insomma. Un po' "ma sì, più o meno suona così".
Così come in ogni caso mi viene di consigliare la Torre Nera, mi viene anche da consigliare la Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams. Notevole. Un senso dell'iperbolico e del comico paragonabile a quello del nostro Benni. Da leggere.
By the way, qui ha fatto una spruzzata di neve. Niente che rimanga, ma mi ha comunque fatto piacere.
P.S.: mi perdoni Susan per lo sfogo?
Ariccia!
Ok, il racconto slitta ancora, tempo per un annuncio preannunciato (nel
senso che è già stato annunciato, ma preferisco ribadirlo, fosse che
fosse che a qualcuno il passaprola non è arrivato).Sabato 26 (ovvero questo sabato) se magna e se beve: diretto dall'aeroporto di Ciampino verrò in quel di Ariccia. Si prospetta una serata in un luogo i cui contorni per alcuni di noi sfumano nella leggenda, un luogo il cui nascosto potere va decantato, proprio come er vino, si andrà da non altri che Sauro! Si prospetterebbe anche una serata un filino affollata.
Per rendere agevoli le nostre future gesta, occorrerà che io prenoti. Non vi colga alcun timore, la mia voce giungerà a Sauro, il Veglio di Ariccia, per mezzo del versatile Protocollo VoIP. Prima di proferire parola col Veglio, invero, dovrò conoscere la magnitudine del manipolo. A tal proposito ho mandato dei piccioni viaggiatori (sotto le mentite spoglie di mondani messaggi di posta elettronica), spero ritornino presto a me con cifre significative.

Chissà se qualcuno pensa: ammazza quanto è megalomane questo, parte, organizza una Festa dell'Arrivederci con tanto di lettere maiuscole, per cosa poi? Miseri tre mesi, tzè. Torna per un weekend, prima del tempo, e di nuovo a fà casino, per di più con tono aulico, ma chi si crede di essere? Ma che ve devo da di', c'è tanta gente che ho voglia di rivedere, ergo rimbocco le maniche e sì, faccio casino!
See you in the near future, 'coz indeed, there is one!
17 Nov '05
Sapete una cosa? Non l'ho detto apertamente, ma si sarà capito, un po'
di tempo fa mi sono ripromesso di non spargere più padellate di
affaracci miei su codeste telematiche pagine. Da una parte è un po' uno
strappo alla regola dell'essere un blog qualunque. D'altra parte è
un'interpretazione giusto un filino più restrittiva del punto II.2 del
Manifesto. Risale ad abbastanza tempo fa da poterci fare sopra un po'
di filologia. Del tipo "l'autore qui di certo intendeva" seguito da una
sequela di boiate, che non c'entrano nulla con quanti pensieri
passassero per la zucca dell'autore al momento della composizione,
autore che di solito dalla sua tomba ha poche possibilità di
controbattere. In questo caso l'autore sono io, niente tomba per me,
quindi nessun problema. Ma con questo che volevo dire: che i fatti...
vabè, insomma avete capito. Insomma, al momento avevo deciso di non
ammorbare nessuno con certi miei piagnistei. Ma ora trovo che,
anche se la situazione è cambiata (ed era pure ora), beh, continuerò a
non scrivere delle cose un po' più personali. Perché alla fine, l'essenza
di questo posto, è di scrivere ciò che mi va di scrivere, a volte per
condividere, a volte per sfizio personale, a volte per un pizzico di
esibizionismo, ma in ogni caso ciò che mi va
di scrivere. E se
non mi va, allora per lapalissiana dimostrazione (assioma identità),
beh, non mi va. Chissà, magari in futuro... Per ora mi diverto un po'
con un racconto che non nasconde altro. La prossima puntata, con un po'
di sana action (come non ne scrivevo da tempo, e qui in queste pagine
mai). Assoreta. Sonno. Chiaramente mi riservo il diritto di aver detto
una marea di cacchiate, ed eventualmente (con cui in realtà intendevo
un eventually inglese...) di risultare incoerente con quanto ho appena
scritto. Yari yari ah. Fuso. Orario. No no, proprio fuso. Io.
il Campione
Il titolo presagirebbe un post di quell'altra serie, invece continuo l'ultima. Dopo il prologo, enter the main character.Le luci accese nei grattacieli mi fanno pensare a piccole formiche, che scalando la loro Torre di Babele tentano la conquista del cielo. Tante torri, miliardi di formiche. Dietro di me la luce si accende, sovrapponendo prepotentemente sulla larga finestra il riflesso della stanza allo skyline urbano. I miei occhi si mettono a fuoco sul mio riflesso. Ragazzotto robusto, volto sbarbato, capelli leonini fino alle spalle, tuta nera. Mi volto. Con la mano ancora sull'interruttore un ragazzo coi capelli ingelatinati a formare un piccolo crestino, un piercing al sopracciglio sinistro, giacca e cravatta, e un sorriso che mostra tutti i possibili denti, bianchissimi. "Ti piace il mio nuovo panorama? Sai, me l'ha fatto il migliore designer della piazza." mi dice. Mi volto a guardare le formiche, poi mi dirigo pacatamente verso la poltrona di cuoio nero dietro la scrivania nera, con un portamatite nero contenente una penna nera e una matita nera, e nient'altro. La poltrona fa un sospiro buttando fuori l'aria mentre mi siedo. Ora riflesso sulla lucida scrivania, il sorriso mostra ancora tutti i suoi denti, forse aspettando una risposta, o un cenno di apprezzamento. In un certo senso lo accontento. "Ti sarà costato un rene". "Poi dici che io penso sempre ai soldi." Si avvicina, si appoggia con tutte e due le mani sulla scrivania, chinandosi in avanti. Non avendo più a disposizione il riflesso, uscito fuori campo, sono costretto a guardarlo in faccia. "Allora, sei pronto?" mi dice. "Per quanto possa valere." "Mmm, ci risiamo. L'abbiamo già fatto questo discorso. Sì, è vero, l'all-in-one sportivamente non vale molto. Diciamocelo, non vale un cazzo. È spettacolare, ma non vale un cazzo. Ma proprio perché è spettacolare lo sai quanto valore ha." "In soldi." "Si, in soldi, sai, quella cosa che è meglio averne tanti rispetto ad averne pochi, ce l'hai presente?" "Hmph" mi volto. Una Gioconda sulla parete mi sorride. Probabilmente non sto ricambiando. Lui continua: "Questa è una polpetta succulenta per gli sponsor. Quindi meglio vai, meglio è. Il bello è che anche se vai male, si sa come vanno le cose, poi non conta un cazzo, insomma," voltandomi verso di lui lo ritrovo a gesticolare in giro per l'ufficio. Mi ricorda un personaggio di una serie di videogiochi proprio vecchissima, Stan. "...non ci hai niente da perdere se non una buona occasione. Ehi, Alex" si ferma guardandomi "da quanto tempo sono il tuo agente?" Sollevo gli occhi al cielo. "Dai, rispondi, da quanto tempo?" "Tre anni." "Allora, in tre anni, ti ho mai dato cattivi consigli? Ti sei mai detto 'Ehi, certo che quel Dan mi ha proprio detto una cazzata!', ci hai mai perso qualcosa a fare quello che ti dicevo?" Mi prendo il gusto di una pausa, per bofonchiare poi un "no" chiaramente buttato lì per asecondarlo. "E allora" avvicinandosi ancora. "dai il tuo meglio. Lo so quanto ti piace, non mi freghi con la tua aria scocciata, so che una volta là dentro spaccherai il culo a tutti. E ti divertirai un mondo nel farlo. È un gioco per te, no?" "Scusa, ma che altro dovrebbe essere?" Ride. "Hehe, dai, andiamo. Ce l'hai la tuta?" Indico con lo sguardo una valigetta bordeaux lasciata vicino all'entrata. "Bene. Dai, alza quel culo dalla mia poltrona. C'è un mucchio di gente che t'aspetta." Mi alzo. Mi frugo in tasca, tirandone fuori un auricolare con un piccolo display. Giro una manopolina, fino a che la scritta azzurrina sul display non si ferma a radiowvl.net. Me lo metto. Una voce femminile. "...tra pochi minuti. Ci saranno le vere scintille. Che ne dici, Bob?" Prendo la valigia, usciamo. "Beh, io la mia l'ho già detta. Quest'anno tra le prime categorie sembra esserci meno differenza. Insomma, ci sono alcuni nomi della B e della C che potrebbero dare il proverbiale filo da torcere a quelli della A." Fuori dall'ufficio la hall. Una segretaria ci saluta, dice qualcosa ma la voce è coperta da "Quindi se ne dovrebbero vedere delle belle. E di quelli della D e della E che mi dici?" In fondo alla hall, un ascensore. Appena il mio agente pigia il pulsante un dlin e l'apertura della porta ci accolgono. "Hehehe. Come al solito. Sono bravi, ma non hanno chance. In compenso sono tanti, e in ogni caso senza di loro..." Dentro, le porte si chiudono. Su una tastiera Dan digita qualcosa. L'ascensore comincia a scendere. "...sarebbe meno spettacolare." "C'è un qualche favorito?" Dan mi dice qualcosa, dalla sovrapposizione delle voci decripto un "guarda che traffico oggi, quanto ci mette a caricare!" La radio continua "..nda difficile. Come ti ho detto c'è insucurezza. Si sa, ci sono i soliti della A, come Synthex, o Edge. Però il bello dell'all-in-one è anche l'impossibilità di fare pronostici." Dlin. Le porte si aprono. Il caos copre le parole della radio. Reporter ammucchiati intorno, flash che saettano, domande inintellegibili. "Edge, Edge, come ti senti?" "Edge! qui, qui! Edge o' Blade! Credi di vincere oggi?" Interviene Dan con il migliore dei suoi sorrisi. "Ragazzi, fatelo passare. Non lo vedete come è in forma? Però gli fate perdere la concentrazione!" Ci fanno passare, ma non ci risparmiano altre domande. Poi di fronte al silenzio, rimangono indietro, probabilmente aspettando qualcun altro da assalire. "Lì c'è il log-in per gli spogliatoi. Ce l'hai la tua firma?" Mi avvio verso la porta senza rispondere. "Spacca tutto, io vado a parlare con quelli della TNT. Ti guarderemo, fai del tuo meglio! Un contratto con loro ed è fatta!". Mi frugo in tasca. Un portachiavi rosso a forma di sinuoso geco. Una sola chiave, di quelle di un tempo, solide. Sopra la porta, un cartello, ingresso riservato agli atleti. Sotto, in grande, WVL. Più sotto, in piccolo, World Videogame League. Chiave nella toppa, giro, entro.
parlando di soldi

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... e me ne vanto!
storia alla ricerca di un titolo
Ma sì, un raccontino leggero leggero, puro divertissement. Ogni tanto ci vuole. Occhio al to be continued, però. Ah, no, non credo che continuerò la storia del fuggitivo, ma sicuramente continuerò quella che porto avanti in modo stradiluito da così tanto tempo.La fila sosta ordinata davanti allo sportello. A capo chino, guardo il lucido pavimento riflettere la mia immagine. Faccia sbiadita, cravatta sgualcita, sopracciglia spioventi. L’immagine della mediocrità quando diventa triste. Guardo ciò che tengo in mano: bollette da pagare, una l’hanno dovuta rimandare con la sorattassa per il ritardo nel pagamento. Alzo la testa e mi guardo intorno. L’agenzia è luminosa, il sole entra da un'alta vetrata orizzontale, per essere sezionato da una tapparella a bande larghe, ora disposte in modo da far entrare più luce possibile. Milioni di granelli di polvere sono colti in flagrante nel loro placido moto browniano, e navigano come plancton in un mare altrimenti pulitissimo. Alcuni clienti, finite le loro faccende finanziare, si guadagnano il prima possibile l’uscita, una porta girevole che non lascia intravedere l’esterno. Davanti a me un paio di spalle ben piazzate e ben vestite, una bombetta all’inglese, corti capelli bianchi di vecchiaia. Sta arrivando il suo turno, poi tocca a me.
Sto sistemando il bollettino dell’ultimo pagamento ricevuto. Fatto. Sollevo gli occhi. Attraverso lo sportello vedo il prossimo cliente: un anziano, vestito distintamente, spalle ben piazzate, in testa una bombetta, un volto gentile. Un inglese? Un gentleman, nel salutarmi si toglie la bombetta, la ferma a mezz’aria. C’è qualcosa di strano, tutta l’agenzia pare fermarsi sull’orlo di un respiro, come se il vecchio con la bombetta fosse un direttore d’orchestra e avesse appena ticchettato sul leggìo con la bacchetta per riportare all’ordine gli strumenti persi nella melodica cacofonia degli accordi. Ecco, silenzio. Un gesto della mano, un gesto misurato e veloce, il gesto dell’illusionista. E non è più una bombetta quella che tiene in mano, ma una Colt, di quelle usate nel vecchio West, ma completamente lucida, d’argento. Con sicurezza, luccicante al sole che inonda la sala, la canna si sposta sul mio viso. Metto a fuoco il volto dietro quel buco nero, sembra essere cambiato, lunghi capelli bianchi gli scendono sulle spalle. Nonostante la minaccia mi giro. Lì, sulla parete, c’è la top-lista dei ricercati, con particolare attenzione ai rapinatori. E in cima c’è lui. Capelli lunghi, fieri nonostante il bianco della vecchiaia. Conosciuto come Underdog. Nonostante il soprannome, mai catturato.
Una Colt. Quell’uomo tiene in mano una Colt. Tutti se ne sono accorti, e sembrano paralizzati dal terrore. Lo riconoscono. Il re delle rapine. Lo vedo, a tre sportelli da quello che mi ha appena servito. Vestito con una palandrana da cowboy. Una palandrana? Ma non aveva...? “Ora, signori, le classiche parole: fermi tutti, questa è una rapina.” Il tono è calmo, sicuro di sé. Con gesto teatrale estende il braccio sinistro dietro di sé, senza nemmeno guardare, e dalla manica esce con uno scatto meccanico una piccola pistola, puntata sul petto del prossimo della fila, faccia sbalordita, cravatta sgualcita, sopracciglia spaventate. Soffocando un urlo si getta all’indietro urtando gli altri, che fanno altrettanto. Trambusto. “Non c’è bisogno di confusione, calma, non sarà una piccola rapina a cancellare i vostri risparmi, l’unica cosa a cui probabilmente tenete. Basta che non fate gli eroi, sapete quanto possa far male.” Guarda ancora fisso la cassiera davanti a sé, la Colt puntata su di lei, l’altra arma puntata indiscriminatamente sulla folla dietro di lui. Mi guardo intorno. Eccole. Le guardie giurate. Completamente, innaturalmente immobili. “Allora, signorina, probabilmente lei crede nell’infrangibilità di questo simulacro di vetro che ci separa.” Il colpo esplode inaspettatamente, strappando un altro grido collettivo di paura. Poco sopra la testa della cassiera un buco nella parete, allineato con un corrispondete buco nella vetrata.
“Sa com’è” afferma ancora con calma e sicurezza il rapinatore “non esistono protocolli two-way sicuri, quano ci sono in giro io. E non provi il logout, lo sa quanto ci si mette, e quanto si è più vulnerabili nel mentre. Quindi ora, da brava, mi dia i soldi. No, le guardie non l’aiuteranno. Un piccolo e non proprio casuale problemino ha fatto cadere loro la connessione. Quanto ai programmi di sorveglianza, al momento credo stiano provando a risolvere il paradosso del mentitore, capisce, troppo impegnativo per loro.” Alcuni bisbigli di stupore si sollevano intorno. Ora l’hanno riconosciuto tutti. Sussurrano. "Underdog, il più imprendibile rapinatore di banche online, più di cento colpi!" "Uno che si è programma da solo tutto quello che usa!" "Roba che può uccidere, dicono..." Nessuno reagisce.
